Cosa direbbe Calamandrei nel vedere che nella dicitura del ministero della scuola scompare “pubblica” e compare “merito”?

di Maria Paola Patuelli (membro del Direttivo di Salviamo la Costituzione)
articolo pubblicato su: www.ravennanotizie.it

Può sembrare strano che mentre infuriano guerre e si intensificano i casi di violenza sulle donne, e non solo in Italia, chi scrive abbia scelto di soffermarmi sul tema scuola, in riferimento alla Costituzione. Le ragioni ci sono. Su guerra e violenza sulle donne ho espresso alcune mie valutazioni in recentissime puntate di questa rubrica. Posso aggiungere che le manifestazioni del 25 novembre, a Roma, in molte città italiane, e a Ravenna, hanno dimostrato, con la grandissima partecipazione di donne e, finalmente, anche uomini, che sommovimenti profondi stanno incrinando le radici patriarcali del mondo. La libertà che le donne vogliono per sé è una rivoluzione che può mettere in discussione anche molto altro. Tutto ciò che è verticale, oppressivo, violento, materialmente e simbolicamente. Guerra compresa.

Ma è di pochi giorni fa una iniziativa, qui a Ravenna, sulla quale vale la pena soffermarsi e che ha nessi con il “verticale”. Nella primavera scorsa l’alluvione interruppe un interessante esperimento che il Comitato in Difesa della Costituzione, i giovani di Libera Ravenna e l’associazione nazionale Salviamo la Costituzione. Aggiornarla, non demolirla, stavano conducendo, già dal precedente anno 2022, con il patrocinio del Campus universitario di Ravenna. Un esperimento di formazione su temi costituzionali, ai quali Libera e Don Ciotti danno grande importanza. Non è un caso che nel discorso tenuto da Don Ciotti alla manifestazione del 7 ottobre a Roma, La Via Maestra, campeggiasse la più grande questione politica, in Italia, e da sempre. La Costituzione è da attuare, non da cambiare. È, questa, una pietra d’inciampo che si incontra qualunque sia l’angolo visuale dal quale si osserva la realtà.

Quale era il tema dell’incontro che l’alluvione ha sospeso? Era un tema fortemente voluto dalle e dai giovani di Libera, ancora impegnati in studi universitari. Da poco tempo il governo Meloni, entrato in funzione nell’ottobre del 2022, aveva rinominato un ministero assai importante. Da Ministero della pubblica Istruzione abbiamo ritrovato, dalla sera alla mattina, un nuovo Ministero, Ministero dell’Istruzione e del Merito. Noi, popolo della Costituzione, abbiamo fatto un salto sulla sedia. Come è possibile? Quanto può essere lontana dalla Costituzione la cultura politica di questo governo? In realtà, a volere osservare da vicino le vicende storiche, anche la denominazione di un Ministero, come quello di cui stiamo parlando, ha avuto cambiamenti che la storia spiega.

Nel 1929 il governo Mussolini soppresse il Ministero della pubblica Istruzione e lo rinominò Ministero della Educazione Nazionale. Già, nazionale. Nel maggio del 1944 un anno dopo la caduta di Mussolini, il governo Bonomi lo rinominò Ministero della pubblica Istruzione. Ma nella Repubblica di Salò continuò a chiamarsi, per un anno ancora, Ministero della Educazione Nazionale. Un avvicendarsi interessante, che fa riflettere.

Nei dibattiti durante i lavori della assemblea Costituente, si ebbe un intenso e problematico confronto fra posizioni diverse, perché tali erano quelle di area liberale, democristiana, democratico repubblicana, socialista e comunista. Ai liberali interessava soprattutto l’istruzione delle future classi dirigenti, ai democristiani il sostegno alle scuole cattoliche, ai democratico repubblicani e ai socialisti e comunisti una scuola pubblica che garantisse l’uguaglianza, anche nelle scuole e nella formazione, in ogni parte del paese. Questo in grande sintesi si evince nelle discussioni che portarono ai definitivi Articoli 33 e 34, gli articoli che riguardano la scuola nella nostra Costituzione.

Vi sono alcune riflessioni di Piero Calamandrei, padre Costituente, in merito alla scuola e all’istruzione, che da tempo attirano la nostra attenzione, anche perché svolte mentre i lavori della Costituente erano ancora in corso, o subito dopo. Memorabili sono passi scritti da Calamandrei in un articolo pubblicato su la rivista Il Ponte, 1 gennaio 1946, prima ancora che il Referendum del 2 giugno scegliesse la Repubblica e che Calamandrei fosse eletto alla Costituente. Il titolo dell’articolo è significativo Contro il privilegio dell’istruzione.

Alcuni passi: “Il problema della democrazia si pone dunque, prima di tutto, come un problema di istruzione”; “La scuola ha un valore non solo politico, ma si potrebbe dire costituzionale: i meccanismi della costituzione democratica sono costruiti infatti per essere adoprati non dal gregge dei sudditi inerti, ma dal popolo dei cittadini responsabili: e trasformare i sudditi in cittadini è un miracolo che solo la scuola può compiere”. Altre riflessioni compaiono in un articolo pubblicato nel periodico Scuola democratica, marzo 1950, dal titolo Difendiamo la scuola democratica. Pochi anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, Calamandrei avverte pericoli. Vede che sono in atto politiche che non danno alla scuola pubblica l’importanza che le viene riconosciuta in Costituzione, mentre, nella sintesi del compromesso costituzionale raggiunto, la scuola pubblica è in funzione di questa Costituzione. Una scuola pubblica che realizzi il dettato costituzionale della dignità di ogni persona, che sia presente in ogni ordine e grado in tutto il territorio nazionale, che sia di buona qualità e consenta una mobilità sociale che nell’Italia del dopoguerra, con tassi di analfabetismo impressionanti, sarebbe stata la rivoluzione che la Costituzione aveva promesso.

Calamandrei temeva che i figli dei ricchi potessero arrivare in cima, come sempre, e i figli dei poveri rimanessero incatenati ai piani bassi o molto bassi dei loro genitori. E Calamandrei fu fra i Costituenti che vollero inserire in Costituzione un principio che rimuova ostacoli di partenza. Ai capaci e meritevoli, se privi di mezzi, siano garantite borse di studio per arrivare in cima. È la Repubblica che rimuove gli ostacoli per renderci il più possibile nelle stesse condizioni di partenza, appunto. Lo spirito mazziniano di Calamandrei si incontrò qui felicemente con la giustizia sociale voluta dai socialisti e dai comunisti. Per Mazzini, prima si pensa e poi si agisce. Ma il pensare senza educazione, è il pensiero che la democrazia richiede? Può esistere una buona democrazia se il popolo che la sostiene è richiuso in una ignoranza acritica, o in un sapere prevalentemente tecnico esecutivo? Calamandrei diceva che la scelta della professione si doveva fare al termine degli studi. E che gli studi servivano per formare un popolo consapevole.

Mi chiedo cosa direbbe oggi Calamandrei nel vedere che nella dicitura del ministero scompare “pubblica” e compare “merito”. Calamandrei fu fra i Costituenti che vollero inserire in Costituzione che le scuole private potevano esserci, ma senza oneri per lo Stato. Vide invece, a Costituzione approvata, che la scuola pubblica di Stato non era sostenuta quanto sarebbe stato, e con urgenza, necessario. E che c’erano forze politiche che avevano a cuore più le scuole private, preferibilmente confessionali, di quelle pubbliche.

È questa la ragione per cui con i giovani di Libera abbiamo deciso di avere uno spazio di riflessione pubblica su una questione che ha radici lontane. Una riflessione che ha visto protagonisti Alice Casadei e Carlo Garavini, di Libera, Gaetano Azzariti, Costituzionalista dell’Università Sapienza e presidente della Associazione Salviamo la Costituzione e Mario Neve, presidente del Campus universitario di Ravenna. È stato un intenso dialogo con domande e interazioni fra chi ha appena concluso studi universitari, chi li sta ancora conducendo, e chi, come Azzariti e Neve, sono “in cattedra”.

Scelgo alcuni dei passaggi a mio avviso più significativi emersi dal dialogo. Secondo Azzariti il merito, con la scuola, non ha nulla a che fare. La riforma Gentile degli anni Venti, era, per quel tempo, una ottima riforma. Doveva selezionare la classe dirigente. E disegnava una scuola laica, fino al 1929. Poi arrivarono i Patti Lateranensi che – aggiungo – i Costituenti mantennero in Costituzione. È uno dei pochi punti deboli – a mio avviso – della nostra Costituzione, e testimonia quanto sia difficile scalare alcune impervie montagne che la storia ha costruito. La riforma Gentile era guidata da un principio elitario, quello che la Costituzione ha voluto abbandonare, scrivendo che la scuola è aperta a tutti. Inizialmente, nelle prime bozze preparatorie, si scrisse che la scuola era “aperta al popolo”, poi, per maggiore chiarezza, si scrisse “a tutti”. Anche agli immigrati irregolari, sottolinea Azzariti. E deve farlo in forme adeguate. È compito della Repubblica sostenere i diseguali, per “rimuovere gli ostacoli” alla dignità di ogni persona (Articolo 3).

Per esempio, chi ha handicap, chi vive in territori socialmente problematici o marginali, o difficoltà di apprendimento, va sostenuto. Una sentenza del 2001 della Corte Costituzionale è chiara, a proposito dello spirito di solidarietà che innerva la Costituzione. La scuola non è soltanto apprendimento, è anche socializzazione. Ha la grande responsabilità, accanto alla famiglia, di educare alla cittadinanza. Come può un cittadino essere sovrano (Don Milani), se conosce un numero minimo di parole e di significati? Se impara precocemente un mestiere e non sa nulla della storia del mondo, dei suoi diritti, dei suoi doveri? O se si trova in una scuola che dispensa “la” verità, una sola o prevalentemente quella? Cittadinanza o gregge, un gregge casomai bene istruito in un mestiere e in una professione?

Infatti, questioni poste da Alice e da Carlo ci hanno portato vicino al quesito da cui siamo partiti. Cosa sta diventando la scuola, oggi, nel contesto del mito della meritocrazia? Sia Azzariti che Neve ricordano riforme che hanno allontanato il sistema della pubblica Istruzione dallo spirito della Costituzione. Una progressiva aziendalizzazione della scuola, con studenti diventati clienti, scuole in competizione per avere il maggior numero di iscrizioni, con l’obiettivo di una professionalizzazione precoce, quella che Calamandrei temeva a scapito della cultura consapevole e critica, e una burocratizzazione definita da Azzariti “spaventosa”.

Inoltre, un ambiguo termine è penetrato nella vita di studentesse e studenti, introdotto da governi di centrosinistra e di centrodestra. Credito. Corsi universitari ed esami valgono crediti, tradotti in numero di ore. I test invalsi sono standard, e misurano con lo stesso metro persone di diversa storia. Si quantifica quello che non è quantificabile. Si moltiplicano discipline e corsi di laurea, anche per i fuori corso. Corsi veloci, studi non troppo difficili. I fuori corso, zavorra di cui l’Università vuole liberarsi? Perché demeritano. Ma, perché demeritano? Carlo studia e lavora. Ha necessità di farlo. Ed è fuori corso. Studia greco e latino, desidera farlo e procede lentamente, per prepararsi bene. Zavorra? Le studentesse e gli studenti corrono da una lezione all’altra, per sommare crediti. Non hanno tempo per altro. Non respirano. Conferenze, teatro, cinema, impegno civile? Non c’è tempo. È, questa, una osservazione fatta da Neve, nel descrivere la vita difficile delle studentesse e degli studenti. Ma anche i docenti non vivono bene, ci dicono Azzariti e Neve, da quando ci sono i semestri. Azzariti ha 300 studenti. Con questi numeri, non è facile una buona relazione, personale e culturale. Durante il semestre, ci sono sei ore di lezione al giorno da fare. E chi di loro, i docenti, lo vuole – loro lo vogliono – fanno seminari di approfondimento. Lavoro difficile, ma è ossigeno per un sapere critico, al posto della veloce banalizzazione. Ci vogliono borse di studio, altro che merito. E condizioni tali da potere pretendere un serio impegno, altrui e il proprio.

Per concludere. Da quando è entrata in auge la meritocrazia? In Italia, dagli anni Ottanta. Ricordo bene il motto “meriti e bisogni” di Claudio Martelli, che, allora, non disprezzai, interpretandolo come una critica del carrierismo clientelare e familistico, specialità molto italiana. Credo si riferisse ai meriti nell’ambito del lavoro e delle professioni, non della scuola. O perché no, della politica, dove, fino ad oggi, più che i meritevoli avanzano i fedeli, pratica che pare fosse in auge anche nell’era craxiana. Nel mondo anglosassone la questione compare prima. Fra i primi a parlarne è stato un sociologo, Michael Young, negli anni Cinquanta, in suo saggio che è anche un romanzo tradotto in Italia solo nel 2014 con il titolo L’avvento della meritocrazia. Si accorse poi, verso il finire della sua vita, che Tony Blair – erede della Thatcher e del motto “la società non esiste”, che ebbe effetti devastanti nella società britannica, oggi ben visibili – si era fermato al titolo e il libro non lo aveva letto. E glielo fece notare, con un articolo scritto poco prima della sua morte, dal titolo Abbasso la meritocrazia, dove scriveva “è molto improbabile che il primo ministro abbia letto il libro L’avvento della meritocrazia, ma s’è aggrappato alla parola senza rendersi conto dei pericoli di ciò che stava politicamente sostenendo”. Ora, dopo decenni, un mio interrogativo. Quali sono stati i meriti di Blair, in Gran Bretagna, in Europa, nel sostegno a guerre che, oggi, gli stessi USA definiscono propri errori? Certo, se ci fermiamo alla lettura dei titoli dei libri, può accadere di tutto.

Per concludere. A quale concezione della società e della vita si ispira l’avere rinominato il Ministero, cancellando “pubblica” e aggiungendo “merito”? Il “nazionale” non ammetteva se non una educazione. Nota è la efficace fascistizzazione della scuola affidata a maestre e maestri di fede fascista. Con eccezioni importanti soprattutto nei licei. Ma chi non aveva la tessera fascista non poteva insegnare. Oggi deve essere il merito a misurare la scuola? Correre per arrivare primi. Il resto, residuale. Marginale. Colpevole. La società scomposta in individualità autocentrate o marginalizzate. Il contrario della società solidale, scritta in Costituzione dopo la seconda guerra mondiale da chi aveva subito i disastri dell’assenza di spirito critico, e della cultura del gregge.

Ma è il contrario di quello che chiedono le donne e gli uomini che dicono di no alle radici patriarcali di un mondo materialmente e simbolicamente violento. E meritare ignorando chi, nella sua diversità, sta facendo con me un cammino, quale simbolico incarna? Intravedo – mi auguro sia fenomeno di lunga durata – movimenti di donne e uomini, soprattutto giovani, che stanno mettendo in discussione la meritocrazia verticale. Che danno valore ai corpi, nella loro personale singolarità, soggettiva ma non individualistica. Femministe e non solo che parlano e scrivono di cura, di sé e del mondo. Che osservano da vicino la terra, l’acqua e l’aria. Che sono di tutti, come la scuola dovrebbe essere.